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DAL REALE AL VIRTUALE

 

REALE E VIRTUALE. TRA FINITO E INFINITO.

 

Perché l’uomo è attratto più dal possibile che accontentato dal reale?

     Perché mai, ogni volta, ciò che è solo virtuale spinge oltre e ci spinge a superare ciò che c’è e ciò che abbiamo?

     Non ci sarebbe cambiamento, miglioramento, evoluzione se il virtuale non avesse questo ruolo decisivo: la realtà che abbiamo dovrebbe bastarci, e invece…ogni volta quanto ci si presenta è giudicato inadeguato e meno valido di quanto, pur non essendoci ancora ed avendo un’identità, appunto, soltanto virtuale, ci spinge alla ricerca, ad uno scopo che ancora non sappiamo come sia, ma che, pensiamo, speriamo, anzi siamo certi, sarà migliore!

     Perché avviene tutto questo?

     Semplicemente perché il virtuale è infinito!

     E le infinite possibilità hanno in serbo, sicuramente, una risposta migliore di quella che, finita, limitata, circoscritta, la realtà sta imponendo!

     Reale e Virtuale, allora, traducono in veste nuova l’incontro/scontro tra finito ed infinito: ne esce un uomo “squilibrato”, perché vive la pochezza della realtà agognando la ricchezza del virtuale, come nel mito platonico di ἔρως, in eterna tensione di ricerca. Non c’è più la tensione che, ad esempio, segnò gli artisti romantici: ora l’infinito sembra realizzato dalla tecnica, dalle sue potenzialità ancora inesplorate.

     Ma è ciò che ne proviene che va sottoposto ad approfondimento. Cosa produce l’elemento tecnico che intercetta la realtà e ne sviluppa impensabili possibilità?

     Ogni opera pubblica diventa padre di indefinite interpretazioni: tutte quelle che genera, a torto o a ragione. Siamo stati abituati a legare l’interpretazione a colui che legge o vede o ascolta un’opera pubblica. Ancor più evidente è questo rapporto, quando in gioco c’è una relazione estetica, dove si gioca sul tavolo dell’arte. Ma le interpretazioni oggi possono avere un aspetto generativo, costituendo, a loro volta, un’opera a sé stante, autonoma, compiuta, un po’ come le diverse direzioni d’orchestra di un lavoro musicale: una cosa è Toscanini, un’altra è Bernstein, ad esempio. O anche le esecuzioni interpretative teatrali o di balletti: attori e ballerini, registi e scenografi, interpretano, sì, ma nel medesimo tempo creano e fanno arte autonoma, perché ciascuna interpretazione è opera a sé, che vale come arte autonoma rispetto a quella del lavoro musicale o teatrale o cinematografico eseguito.   

     Così, saper usare uno strumento tecnico significa interferire con un originale e produrre qualcosa di nuovo, di altro, autonomamente. Prelevato dall’infinito virtuale di cui quell’originale è potenzialmente padre (o madre, se si vuole).

     Oltre a questo riferimento che identifica virtuale e infinito, c’è un altro aspetto che vorrei sottolineare.

     Chi può negare che in un dipinto (come in una qualunque opera d’arte) non ci siano nascosti significati, relazioni misteriose, proporzioni invisibili che il virtuale riesce a manifestare!

      In questo caso, la virtualità è una sorta di lettore dell’inconscio, del celato, del nascosto, perché solo possibile. Possibilità, si badi bene, che è generata dall’originale, non è ad esso estranea! In tal caso il virtuale diventa il decifratore, il decodificatore, lo strumento che sa aprire le porte serrate della produzione cosciente e manifesta, per scorgere tutto quello che si annida, con discrezione e forse timore, tra le pieghe delle linee espresse o dei colori scelti.

     Ogni opera d’arte, dunque, si moltiplica: prima ancora della moltiplicazione delle diverse interpretazioni dei tanti fruitori del lavoro artistico, c’è una moltiplicazione, senza fine, che lo strumento tecnico permette, svelando una semantica alternativa e, tuttavia, presente nell’opera.

     Oggi, un artista, oltre al dipinto-padre, dovrebbe, come avviene in questa esposizione delle opere di Mauro Guidotti, presentare al pubblico, accanto all’originale, le diverse sue figliolanze possibili, arrestando il processo generativo laddove vuole, come avviene nella vita, ma mostrando al pubblico, un ventaglio di multi creazioni nate dalla medesima radice artistica.

(Roberto Rossi)